Un taxi, a Milano

taxi davanti alla centraleAndare a Milano era per lui ormai una necessità, quasi un obbligo professionale. Come tutte le volte era arrivato in macchina fino al parcheggio della metropolitana e poi aveva preso un taxi. Le riflessioni, mentre la macchina andava da sola, erano dettate quella mattina dalla vista delle montagne sopra Bergamo ancora innevate e che sembravano voler accogliere il primo sole di una mattinata di inizio primavera.
Anche i riflessi della luce sulle vernici delle altre macchine avevano attirato la sua attenzione: era sempre sensibile ai giochi di colore e di luce.
Milano l’ha sempre amata e pensava che addirittura il traffico è diverso dal banale e fastidioso movimento di tutte le altre città: è il “suo” traffico.
Quel giorno non era nemmeno con l’acqua alla gola con i tempi. Quante motociclette dentro la città! E tante datate.
Il suo lavoro non gli dava grandi spazi di pensiero e, sovrattutto, di ricordi.
Ma il viso gonfio di Valentino non poteva dimenticarlo, era sempre lì.
Un mezzogiorno di tanti anni prima nella trattoria vicino alla sua casa lui, Valentino, in quel momento libero dalle recidive di un cane sarcoma pelvico che poi alla fine lo avrebbe battuto per sempre – e dunque allora forte di una apparente speranza – Valentino glielo chiese nel suo cantalenante dialetto vicentino : “Me feto fare un giro in moto co ti, coa moto blu?”.
Non fece in tempo, più probabilmente non volle fare in tempo.
Erano arrivati. Pagò con tranquillità e scese.
Fatti pochi passi si girò e subito lì alle sue spalle aveva il tassista che gli porgeva un libro: “Guardi che l’ha dimenticato sul sedile, dietro”.moto guzzi in copertina
Ringraziò, ma non ricordava di averlo con sé. Proprio per niente; tra l’altro gli sembrava di avere nella memoria che quel libro lo aveva dato a Valentino ancora allora, parlando o quasi giocando di moto veloci e necessariamente belle.
Era un suo vecchio libro di motociclette, pieno di fotografie.
Una pagina era leggermente piegata e là c’era la foto del modello della sua vecchia motocicletta blu, senza un pilota.
La prima cosa che andò a ricordarsi era che quello scienziato bianco sorridente di Berna aveva affermato in modo bizzarro che esistevano tanti, infiniti tempi, non più uno solo e assoluto.

La matematica gli dava ragione:

formula matematica complicata

dove c è la velocità della luce.

Anche la matematica, allora, è come la memoria.

Nota. Il testo è tratto dal Libro delle ore, dove si intitola “Fra Tempo e Tempo”.

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