Post di Angela Ambrosini

Ricevo e volentieri pubblico il post di Angela Ambrosini

Caro Giorgio, ti ringrazio innanzitutto per l’invito a partecipare alla pagina del tuo bel blog, sicuramente “controtendenza”. Ho ascoltato con interesse le tue video interviste e devo constatare una volta di più la coincidenza del nostro “sentire” poetico, ivi compresa la concezione della metafora in poesia. E fai bene a ribadire che il processo metaforico è ovviamente presente anche in prosa, laddove però, come giustamente precisi, risponde a una pianificazione consapevolmente calibrata e distesa nel tempo e nello spazio della scrittura. In poesia il processo è immediato e spesso inconscio, pertanto, di contro, spesso meno immediata e più difficile in termini razionali ne risulta la decodificazione. Quanto alla “difficoltà” del dettato, anche a me spesso è rivolta l’accusa di una lettura non immediatamente intelligibile in termini razionali. Ma, dico io (e ferma restando la condanna di una premeditata e ostentata volontà di stupire il lettore con un eloquio improponibile), si dimentica che “l’arte di leggere poesia” (non a caso Harold Bloom ci ha intitolato un saggio…) è proprio la capacità di sentire e intuire le parole oltre la gabbia della loro semantica comunemente e quotidianamente condivisa. Insomma è pur sempre vero che una poesia non la devi solo capire (altrimenti sarebbe banale comunicazione), ma immaginare e amplificare come un’eco nell’anima. In pratica, come chiaramente suggerisce il titolo del piccolo, profondo saggio del critico statunitense, occorre imparare non solo a scrivere, ma anche semplicemente a leggere versi. E figuriamoci se questo processo è ben accolto nella società di oggi, dove tutto è ridotto a una fruizione istantanea stile mordi e fuggi… Inoltre, un certo quid di inespresso non nuoce alla poesia che si propone di esprimere l’inesprimibile, cioè proprio ciò che è irrazionale e in quanto tale difficilmente contenibile nella scatola della semantica più comune e oggettiva di una parola. Cito ora le parole del grande Borges che fu pure fautore di posizioni avanguardiste in poesia, tra cui l’Ultraismo (fenomeno che divampò nella letteratura spagnola e ispanoamericana). E cardine della sua visione è proprio la metafora: “quella curva verbale che traccia tra due punti -spirituali- la via più breve”. E ancora, nel manifesto dell’Ultraismo, di cui Borges fu cofirmatario, si dà una definizione direi quasi lapalissiana dell’arte, nella sua immediatezza visiva, appunto, in chiave metaforica: “Esistono due estetiche: l’estetica passiva degli specchi e l’estetica attiva dei prismi. Guidata dalla prima, l’arte si trasforma in una copia dell’oggettività dell’ambiente o della storia psichica dell’individuo. Guidata dalla seconda, l’arte si redime, fa del mondo il suo strumento e forgia (al di là delle prigioni spaziali e temporali), la sua visione personale”. È evidente come “l’estetica attiva del prisma” sia quella della metafora, capace di imprimere una visione personale del mondo. Visione personale, appunto, quella che manca a tanti, troppi poeti, compiaciuti nel lamentoso repertorio che tanto piace al lettore medio-mediocre. “Poeti che ostentano la malinconia come un mendicante ostenta una piaga e trafficano con l’eterna paccottiglia di luna pallida, sospiri, lamenti dolorosi, risa cristalline, dolore amaro…” (Invito, a questo punto, alla lettura dello splendido saggio di Jorge Luis Borges, “Lo specchio e il prisma”, Adelphi, splendidamente curato da Antonio Melis, e che non è solo per addetti ai lavori). Quanto attuali e sempre vere sono queste considerazioni! E se per Ralph Emerson “il linguaggio è l’archivio della storia”, cosa rimarrà mai nel futuro di una società nella quale i giovani conoscono e usano solo un migliaio di parole? Parole della madrelingua, intendo. Della nostra, che è la più ricca di sinonimi tra le lingue più parlate. Bene, il mio sfogo termina qui…, ma tanto altro avrei, e sicuramente, avresti anche tu da aggiungere!!
Un cordiale saluto e grazie di nuovo per il tuo invito.

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