Omaggio a Dino Campana

Il “Mat Campena” se ne stava in disparte, con un aspetto tra il distaccato e il disilluso.
Era vestito, in quell’ambiente freddo e disadorno dove si potevano avere degli incontri con i degenti, decisamente male: un pastrano sporco in più zone della sua grigia geografia e scarpe magari ancora di suo padre, ma Dino riusciva comunque a mantenere un’espressione quasi aristocratica, certamente aiutato in questo anche dalla sua ragguardevole altezza.
L’infermiere che mi accompagnava mi aveva spiegato che Dino era il “ricoverato” meno problematico e in tutto quel tempo di permanenza lì non aveva praticamente mai creato problemi. Quasi da pensare che non fosse nemmeno matto, ma solo completamente disingannato nel suo rapporto col mondo (e allora anche con la sua poesia!).
Mi avvicinai.
La frase che più mi colpì in quel nostro breve colloquio fu questa : “Tu credi che io scrivo ancora, vero? No, non scrivo più, la mia poesia è morta, e poi per chi posso scrivere?”.
Si girò, dopo aver finito di parlare, e la mossa fu stranamente troppo rapida. Da un’invisibile tasca nascosta all’interno del suo pastrano caddero allora numerosi fogli, lisi e scoloriti: fu più forte di me, li presi subito da terra.
In tutti c’era una poesia, era sempre quella ed era sempre uguale:

La città
imbiancata di angeli…..

***

Smarriti poeti in archi trionfali per seguire lance di cavalieri strani e grifi raccolti sopra bruciati confessionali.
Le luci calde del pieno giorno cercano attorno a cancellati simboli, luci di staccate poesie.

Un omaggio al grande poeta, tratto dal mio “Il libro delle ore“.

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