La Santa lezione di Villon ai piccoli sperduti

ritratto di VillonLa mia traduzione di François Villon (1432 – 1463), pubblico qui per la prima volta.

 

CLVI

          Fratello mio, voi perdete

          il fiore più bello della vostra corona.

          Miei chierici, che acciuffate come il vischio,

          se andate a Montpipeau

          o a Rueil, salvate la vostra pelle,

          perché, proprio quando giocava in questi due luoghi,

          lì Colin di Cayeux perse la posta

          che credeva di poter riscattare.

 

CLVII

          Non è affatto gioco da tre soldi,

          se ci si gioca il corpo e forse anche l’ anima.

          E pentirsi a nulla serve; colui che perde

          muore nel disonore e nel disprezzo.

          Quello che poi vince non ottiene Didone,

          Signora di Cartagine, come sposa.

          E’ allora assolutamente folle e senza onore,

          colui che pone un tal pegno per così poco.

 

CLVIII

          Che ognuno mi ascolti ancora un istante!

          Dicono, ed è pur vero,

          che la vincita si beve d’ un fiato,

          vicino al fuoco l’ inverno, nel bosco d’estate.

          Del vostro denaro voi non potete disporre con libertà;

          spendetelo allora davanti a tutti!

          Secondo voi, chi giungerà ad ereditare?

          Il bene mal acquistato giammai rende profitto.

                                                              da Il Testamento 

 

motivo di stacco

                          

                BELLE LEÇON AUX ENFANTS PERDUS

 

CLVI

         Beau frere, vous perdez la plus

         Belle roze de vo chappeau.

         Mes clercs, apprenans comme glus,

         Se vous alez a Montpipeau

         Ou a Ruel, gardez la peau,

         Car, pour s’esbatre en ces deux lieux,

         Cuidant que vaulsist le rappeau,

         Le perdyt Colin de Cayeulx.

 

CLVII

           Ce n’est pas ung jeu de troys mailles,

           Ou va corps, et peult estre l’ame.

           Qui pert, riens n’y font repentailles

           C’on [n’]en meurre a honte et diffame,

           Et qui gaign(i)e n’a pas a femme

           Dido, la royne de Cartaige.

           L’omme est donc bien fol et infame

           Qui pour si peu couche tel gaige.

 

CLVIII

           Q’un chascun encores m’escoute!

           On dit, et il est verité,

           Que charecterie se boit toute,

           Au feu l’iver, au boys l’esté.

           S’argent avez, il n’est quicté,

           Mais le despen[de]z (et) tost et vist[e]!

           Qui en voyez vous herité?

           Jamaiz mal acquest ne proufficte.

                                            Le Testament Villon

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